Vanishing Memories: gli scatti di Silvia Pasquetto.

Il progetto della fotografa Silvia Pasquetto, che ha realizzato una sequenza di scatti avvalendosi della collaborazione della splendida Elena Massari, per gli abiti (leggi qui) e della meravigliosa Annapaola Rapacciuolo di Le Chou Chou, per gli accessori (leggi qui), ruota attorno ad un pensiero, ad un soffio un po’ angoscioso che ci ha lasciati tutti meditabondi, tristi, anche se controvoglia. Prima o poi. Cosi racconta Gabriel Garcia Marquez: “la vita non e’ quella che si e’ vissuta, ma quella che si ricorda, e come la si ricorda, per raccontarla”.

Quanto e’ vero, quanto tutto e’ destinato a scapparci fra le dita, quante volte mi sono ritrovata a dubitare dei miei stessi ricordi, non sapendo piu’ scindere fra il vissuto, e la fervida fantasia di un sogno particolarmente realistico. Quella risata…la feci con Giacomo, o con Niccolo’? Ebbi davvero quel momento di gloria, in quinta elementare, quando il mio tema sull’amicizia venne fatto leggere ad alta voce in ogni classe, e fu portato, addirittura, all’attenzione del Preside? Chi lo sa. Quel che rimane sono le mie parole. Ed il tema, sepolto da qualche parte. I miei fratelli: loro avranno altre due storie, a proposito. Come sempre.

Silvia sceglie di porre davanti al suo obiettivo dei veli opachi, delle resistenze che tolgano limpidezza e turgore alle immagini, per renderle gia’ lontane dall’atto del fotografare, gia’ ricordo di un’azione che si sta ancora compiendo.

E sceglie, in perfetta armonia, i capi silenti, splendidamente eleganti, raccolti, intimi di Elena, ed i dettagli preziosi, minuti, che ricordano antichi rituali, di Annapaola. A creare un mondo di suggestioni lontane, ma fortemente raccolte intorno al cuore. Sbavate, sfuocate, sfuggite (a tratti), ma trattenute con la forza della nostalgia, e la sapienza del pudore.

Mi piace, quando si va a grattare con il dito indice, la lucida, odiosa, boriosa patina delle certezze assolute, appannaggio delle menti piu’ grette.

Model:                 Angelica Alberti
MUA:                   Giulia Volpin
Hair stylist:         Claudio Borsetto, Silvia Bergamin, Attilio Scudiero
Dresses:               Elena Massari (website)
Accessories:        Le Chou Chou, di Annapaola Rapacciuolo (website)
Photographer:     Silvia Pasquetto (website)

Da abbinare con: un paio d’ore, a sfogliare vecchie fotografie, e sfiorare le macchie del tempo, ad ammirare i colori deturpati dalla luce e dall’usura. Null’altro.

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Alice Calamita: attrazione fatale. Questione di fisica.

Sono stata alla larga da questo nostro “We think”, un po’ casualmente, a raccattare in giro impegni ed intoppi come panni sporchi, un po’ volontariamente, a meditare sull’agire di noi bloggers. Ma su queste riflessioni spendero’ altre parole, in altri luoghi.
Sono in attesa del ByHand di Torino, che in questa occasione (dal 18 al 20 maggio) mi pare voler spiegar particolarmente le vele, ospitando moltissimi designers degni della massima attenzione (serenapolettoghella, Elena Massari, Sara Turatello di Les Envers, Giulia Boccafogli, la Zia Epi, La Tilde, The Velvet Room, Formalibera…per citarne alcuni).
Fra tutte queste delizie, anche le borse di Alice Calamita, che presentera’ una collezione estiva veramente ricca, bella, riuscita.


Ogni tanto mi viengono in mente le lunghe dissertazioni televisive del Celentanonazionale. Puo’ piacere o meno, Adriano. Per quanto mi riguarda, non mi entusiasma particolarmente, ma trovai fantasticamente e sinteticamente efficace il suo “rock-pensiero”, il suo dividere fatti, persone e concetti in “rock” e “non-rock”. Poche cose rendono l’idea, specialmente se adori i Creedance Clearwater Revival. Ecco, Alice Calamita e’ designer tranquilla, silente, non conosce arroganza ne’ pretese: solo modestia e gentilezza. Ma e’ massimamente rock.


Vedete come riesce a conciliare pelli morbide, forme confortevoli e tagli rassicuranti con dettagli glamour, preziosi, a sorpresa, che strizzano l’occhio alla nostra vanita’ piu’ modaiola…Non vi prudono le mani?


Avevo gia’ intenzione di mostrarvi queste ciliegie succose. Poi ho scoperto che Alice Calamita avrebbe partecipato al ByHand, e sono stata sinceramente felice di poterla incontrare di persona, e di poter maneggiare ed avidamente toccacciare queste meraviglie.
Ho 37 anni, non ho ancora trovato la mia borsaperfettadelcuore.

La caccia e’ aperta.

Alice Calamita Website

ByHand Website

Da abbinare con: l’ascolto di “Fortunate Son”, una passeggiata in una soleggiata Torino, il gustarsi un “Bicerin”, ed il dimenticarsi la prova costume. Le borse sono massimamente democratiche. Urra’.

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Le perle raccolte al FuoriSalone, Parte Prima. Francesca Ferrara Design

La mia giornata in salamoia di design l’ho raccontata in questo articolo: se volete rivivere la piccola epopea, date una scorsa. Ora iniziero’ a mostrare quel che ho raccolto, svolazzando sulla mia bicicletta per la citta’ resuscitata a suon di musica, aperitivi, eventi e design.
Uno dei luoghi dove ho raccolto, a secchiate, energia ed entusiasmo e’ stato “IoRiciclo, TuRicicli: c’e’ la crisi? C’e’ il design!”, coloratissimo ed entusiasmante raccoglitore di idee di riutilizzo ed eco design, nonche’ di riflessione sulla positiva esperienza di tante micro e piccole imprese, organizzato e costruito con impegno dall’agenzia di comunicazione “Misuraca&Sammarro”, con cui avevo avuto gia’ l’enorme piacere di collaborare durante la fiera “Fa’ la Cosa Giusta!”. L’esposizione era ospitata presso l’Hotel NHOW di via Tortona, letteralmente invaso da migliaia di curiosi, appassionati, stranieri, e milanesi, sotto l’effetto galvanizzante della settimana piu’ frizzante dell’anno.
Ed iniziero’ quindi la rassegna delle felici scoperte con una designer, con cui ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere, e che presentava le sue opere in “IoRiciclo, TuRicicli”: Francesca Ferrara. Una ragazza giovane, di una bellezza straordinaria, con l’entusiasmo intatto di chi corre sulla strada giusta, e lo fa con un’idea brillante. Francesca crea borse, accessori e complementi d’arredo utilizzando ricavi dell’industria edilizia, salvando materiali destinati alle discariche, e con nullo potere biogradabile. Plus: borse veramente belle, uniche, particolari…che si fanno notare. Come piace a molte di noi. L’alto valore etico del suo progetto dovrebbe piacere a tutte noi.
Ed ecco, dunque, la collezione “EDI': un cantiere in passerella”.


Bauletto in pvc effetto pietra

Borsa in bullonato defatigante rossa (ed assicuro che dal vivo il rosso e’ splendente e l’effetto lucido piu’ prorompente)

Borsa in pannello fonoassorbente bugnato


Le pochettes realizzate con le placche elettriche…in mille colori!

Borsa in pvc ed alluminio mandorlato

Il pannello fonoassorbente piramidale…rouge!

Nella collezione, altre borse (la fantasia di Francesca non conosce limiti), altri materiali (dalle prese di aerazione, fino all’erba sintetica, passando dalle tessere mosaico e moquettes), cinture, e complementi d’arredo. Lo spirito l’avete gia’ colto. Ora, invece di andare a grattare le pareti di una sala d’incisione, seguite Francesca. Sentitevi belle, glamour…e coscienti di aver fatto una cosa giusta.

Francesca Ferrara su facebook

Da abbinare con: una visita nell’impeccabile Svizzera, a ripassare la perfetta applicazione delle normative in tema di sicurezza nei cantieri, un assaggio alla tavoletta di cioccolato, ricordo della visita, ed un paio di ballerine…rigorosamente in pvc.

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L’eterno jolly, l’accessorio passepartout: Pyaar scarves!

Sono certa che il mio compagno mi riservi, segretamente, una buona dose di rancore. Lo capisco: mi vede dedicata spesso e volentieri, con abbondante autoindulgenza, nella tantrica pratica dello shopping: compro, non resisto, scelgo, porto a casa. Arriva il venerdi sera, apro l’armadio, ed esclamo, odiandomi per entrare nel clamoroso cliche’, “ma non ho niente da mettermi!”.
In tempo di crisi, anche della sopracitata autoindulgenza, ho deciso di fermare un attimo la ruota impazzita, e di meditare sul misterioso arcano.
E mi sono resa conto che ho fallito nel proteggere il primo segreto dello shopping arguto ed efficiente (per fortuna, nei miei blogs non mi beo nell’elargire saggi consigli, tips and tricks, a chicchessia): l’avere la visione d’insieme. In pratica: puoi comprare un milione di capi e pezzi deliziosissimi, ma se non ci azzeccano nulla, uno con l’altro, se non ti fermi un secondo a pensare “e questo con cosa lo metto?”, avrai l’armadio piu’ zeppo del Vaso di Pandora, e la seria probabilita’ di dover uscire in tuta. O in bikini, se hai un fisico degno dell’ardire.
Correre ai ripari significa saper scegliere capi meno particolari e colorati, magari, ma piu’ versatili, le tinte unite, i colori neutri, o gli intramontabili grandi classici (bianco, nero e blu), ricordarsi la domandina di cui sopra, e resistere con atroce fermezza alla tentazione di comprare quel capospalla che al massimo riusciamo ad abbinare all’ombrello. Avuti i grandi classici, dalle camicie bianche, al tubino nero, avremo un armadio funzionale. Ed un oceano di noia di fronte a noi. Il secondo passo prevede quindi la rivitalizzazione, la defibrillazione dell’armadio efficace e mortale: e via con stampe, colori, ed effetti speciali, concentrati negli accessori. Facilmente interscambiabili, capaci di grandissimi risultati, e di rinnovare uno stesso capo in mille diverse declinazioni.


Proprio nel bel mezzo di queste mie riflessioni sul conflitto eterno con il mio armadio (porello, fatica comprensibilmente a star dietro ai miei sbalzi d’umore, di taglia, di indole e manie), ho incontrato l’universo ricchissimo e bellissimo delle Pyaar Scarves: marchio nato nel 2007, a Torino, per volonta’ e mano di Walter Magnano, che vuole intrecciare, come trame di tessuto, l’arte antichissima indiana con il design e l’eleganza tipiche del Made in Italy.



Pyaar e’ parola Hindi, che significa “amore”: amore per l’incontro, per la contaminazione, per culture lontane e diverse che vogliono trovare un dialogo fra loro ed iniziare una nuova storia, per i viaggi e gli arricchimenti culturali, per uno spirito realmente internazionale, curioso, aperto, che sfugge il conflitto e mira all’incontro. Come per tutti i figli delle coppie miste, strepitosamente belli, anche queste commistioni di tessuto sono incantevoli, variopintissime, non conoscono limite di gusto. Ce n’e’ per tutti. Ed infatti Pyaar scarves sta conoscendo un ottimo successo in ogni dove: Paesi mediterranei, Nord Europa, Giappone ed Australia…Ottiene quel che raccoglie. Amore in ogni dove.


Per il prossimo autunno inverno, Pyaar ha pensato di presentare cinque micro collezione, all’interno delle quali si snodano tantissimi colori, pensieri e tante suggestioni. C’e’ “Sciarbasic”: l’universo delle tinte unite, della lana che si ammorbidisce legandosi al cachemire, alla seta, al modal ed al cotone, dei toni caldi dell’autunno, dei marroni e del tortora, e della sciarpa-stola per proteggerci dai rigori invernali. Segue “Sciarsport”, tributo alla flanella dei cappotti anni ’50 e ’60, dallo spirito piu’ country e dall’effetto used. “Sciarbijoux”: le piu’ ricche, vezzose e ricercate, arricchite di pon pon, stampe ad effetto cornice, e ricami in tulle. Il tributo al Jaquard, “Sciarjaqu”, con le stampe pop, colorate ed allegre. Ed infine, le Kefieh quadrate, e la selezione “uomo” ispirata ai colori della ruggine, del grigio oceano (bellissime) e la selezione “Vintage-mix Soviet-pop”. Insomma, impossibile non trovare le proprie sciarpe gemelle. E mettersi il cuore in pace di fronte all’irreprensibile Armadio Perfetto. Ci saranno le irrinunciabili sciarpe a sollevare l’allegria.

Andate, di corsa, sul sito: troverete l’irresistibile collezione primavera-estate.
Fate spazio all’amore!

Pyaar website

Pyaar scarves su facebook

Da abbinare con: consulenza feng-shui sulla disposizione dei mobili in casa, cambio degli armadi, cambio di compulsioni, cambio delle previsioni metereologiche, una camicia bianca, pantaloni neri e ballerine. Un bacio al fidanzato, per sedare i repressi rimuginii e rancori.

 

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IOricicloTUricicli 2012: c’e’ la crisi? C’e’ il design!

Ci siamo: stiamo per tuffarci nella settimana del Delirio e del Design, dentro una Milano che diventa frenesia, vitalita’ e laboratorio di idee e colori. Ci piace, e molto.
L’agenzia di comunicazione, edizioni ed eventi Misuraca&Sammarro ha imbastito uno degli eventi cui mi sono ripromessa di partecipare con maggiore entusiasmo: la nuova edizione di “IOricicloTuricicli: c’e’ la crisi? c’e’ il design!“.

La riflessione di Caterina Misuraca e di Paola Sammarro, infatti, non vuole quest’anno fermarsi solamente sul, peraltro floridissimo, e piu’ che mai attuale, tema del riutilizzo come risorsa per un futuro piu’ sostenibile ed ecologicamente attento. Si vuole anche meditare sulle possibilita’ creative, imprenditoriali, e salvifiche del settore del design, nato in piccoli contesti, in coraggiose autoproduzioni, che paiono dare una concreta risposta al clima di incertezza, e di degnerante crisi, che ha oramai ammantato ogni realta’ produttiva e sociale. Microimprenditorie che si fanno portatrici di idee e messaggi positivi e propositivi, che realizzano il grande smacco alle difficolta': utilizzarle come trampolino di lancio per realizzare ed ideare cio’ che in un clima di benessere, stasi e tranquillita’ non si oserebbe fare. La crisi, vissuta come possibilita’.

Ecodesign, creativita’, ironia, sperimentazione e sostenibilita': questo il mantra di questo evento, e di una parte di Italia vitale, reattiva, ed incoraggiante.
Questo soffio luminoso ci serve, eccome. Ed e’ sempre piacevole riscoprire il lato estetico, la bellezza di oggetti che nascono dal recupero: il dovere si ricopre di colori, forme e sorrisi.
I designer che parteciperanno all’evento sono: Sandra Faggiano Architetto; Elena Salmistraro Design; Alessandro Acerra Hibu; Bianca Bassi; Paolo Gentile Architetto; Silvia Donato Architetto; Claudio Cappelletti+Manuel Castellino Design; Francesca Ferrara Design; Viviana Soligo la Maison Vivì; Chiara Palermo Design; Otari design Atelier2cé; Emanuele Busato; Pierlidia Ruggeri Design; ODV Living Room; ArTWO Lab; La Casa di Pinocchio; Silvia Morganti Design; Gruppo Dsquadro Design; Monica Bohorquez; A Rendere Design by Retile-R&cò-CasaInValigia; Alessandra Fani&Alice Zeni Design; Mauro Fragiotta Design; Matu Project; Tramare+Edilana; FeM Paglia.
25 protagonisti, tantissime risposte.

Dal 17 al 22 Aprile, NHOW Hotel, via Tortona 35.

Da abbinare con: questa riflessione di Albert Einstein.
“Non possiamo  pretendere che  le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione
per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla  notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi  supera sé stesso senza essere ‘superato’.”

 

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L’ultima puntata delle “Invasioni Barbariche”: qualcuno mi spiega Lana del Rey?

Ieri sera sono rimasta assiepata ben bene sul mio divano, per assistere all’ultima puntata delle Invasioni Barbariche della brava ed acuta Daria Bignardi. Un contatto di Facebook mi aveva avvertita che avrebbe partecipato alla puntata il padre di un ragazzo autistico, per presentare un libro uscito solo ieri nelle librerie. Non guardo praticamente mai la televisione, un po’ per snobismo, ritenendo che i format imperanti siano inguardabili, un po’ per mancanza di tempo. Ero comunque lieta che l’argomento a me tanto caro venisse trattato in una delle pochissime trasmissioni che trovo intelligenti, piacevoli e stimolanti.
Dopo un primo, tragico, impatto, con il servizio dedicato ai dissesti della Lega, reso piacevole dalle parole pacate di Michele Serra, ma poi tramutatosi in un horror di serie “B”, con le interviste raccolte durante l’ultimo raduno (sono ancora sotto shock…), dove piu’ che cori razzisti semi invasati, e frasi raccolte da qualche sperduto tombino (“noi qui quei magistrati, quei romani, non li vogliamo!”) non si sentiva, avevo avuto la terribile tentazione di ritirarmi nuovamente nel mio eremo mentale.
Sopraffatte le mie genuine, e comprensibili, voglie di fuga, sono stata ben premiata. Ho ascoltato il calmo Paolo Bosusco, che ha raccontato un mese di prigionia, nelle mani dei maoisti, tra un sorriso ed una risatina. Guida in India, gran conoscitore della giungla, attento ascoltatore dei diritti violati delle tribu’ indigene. Ora, qua e la’ mi e’ sorto il dubbio che stia soffrendo di una forma acuta della Sindrome di Stoccolma. Ma poi ho meglio osservato, e sono giunta alla personale convinzione che si tratti di un uomo pacato, intelligente, poco incline a farsi ingoiare dalle emozioni. Che vita, la sua…
Ho, ovviamente, pianto, ascoltando lo straordinario Franco Antonello, padre di Andrea, un ragazzo autistico di 18 anni, il suo racconto del baratro che gli si e’ aperto sotto ai piedi al momento della diagnosi, rivivendo il mio strazio, ammirando la sua straordinaria presenza, l’abilita’ nel discorrere di temi tanto intimi e dolorosi (ed in televisione!), ho sorriso con affetto di fronte al video che riprendeva Andrea nella sua quotidianita’, sono rimasta stupefatta di fronte a questo papa’ supereroe che ha portato suo figlio per 4 mesi in giro per l’America e l’America Latina, facendogli incontrare tribu’ locali, facendolo viaggiare in moto, canoa, macchina, aereo. A voi parra’ poco, ma vi assicuro che portare questi ragazzi anche solo a Sestri Levante e’ un’impresa titanica, che richiede una lunga preparazione, ed e’ una scelta di cui, solitamente, si paga lo scotto per parecchio tempo. Quest’uomo mi ha ammaliata, non vedo l’ora di leggere il libro “Se ti abbraccio, non aver paura” (di Fulvio Ervas, edito da Marco Y Marcos), e di seguire con attenzione la sua fondazione “I bambini delle fate”. Ma forse, occorre avere dei bimbi autistici per capire che abbiamo visto in televisione un Supereroe, e neanche troppo in abiti civili.
A seguire, mi sono adagiata con grazia sulle note e sulle parole di Alessandro Baricco: che piaccia o meno come scrittore, trovo che sentirlo parlare (soprattutto di fronte ad un tubo catodico…eh si, ho ancora il tubo catodico!) sia sempre un momento di piacere puro, e che lui offra una culla di saporita intelligenza oramai rara. Divertentissimo poi nell’affrontare il dramma di noi genitori di fronte alla calamita’-figli, nel momento di metterli a letto…Salvateci!
E le gemelle Kessler, sempre cosi teutoniche, che restano di stucco nello scoprire che il loro accento non e’, ma per niente, leggerissimo, a raccontare delle nottate di “fuoco” con Burt Lancaster, dopo le quali il villano fece sapere urbis et orbis che la fortunata gemella era rimasta ferma li come un pezzo di grana surgelato. Quindi, una notte Bofrost, piu’ che altro. A mio parere, non riescono ancora a mascherare a sufficienza il disappunto per questo popolo cialtrone che ha dato loro tanta fama e gloria…
Insomma, arriviamo finalmente al mio punto di domanda. E veramente spero che qualcuno mi illumini pienamente (asternersi commenti del tipo: e’ solo invidia, sei acida, rancida, vecchia e non capisci niente….). LANA DEL REY. Tutti conoscono il fenomeno mediatico, tutti conoscono le steccate durante le esibizioni dal vivo americane, tutti ad urlare a questa reginetta, cui, rimanendo per un nanosecondo in tema di moda, e’ gia’ stata dedicata una collezione di borse, di Mulberry. Niente male, la ragazza ha 25 anni, nessun passato, ed e’ gia’ Icona. Bien Bien. Perdonatemi, sono sempre affascinata da tutti i fenomeni di costume. Li osservo con l’aria di uno scienziato pazzo, con tanto di lente di ingrandimento. Lana e’ bellissima, pare una bambola di porcellana. Ha scelto di portarsi addosso quest’aria estremamente bon ton, da donna d’altri tempi. Anche il modo di camminare, un po’ buffo, quasi non osasse allungar troppo le gambe, ricalca questa aura di estrema compostezza. Mi chiedo se sia una scelta studiata per creare contrasto con i testi delle canzoni che parlano, come dice Daria, di una “bad girl”. Osservo meglio. Il linguaggio del corpo e’ universale, e spietato. Lana non guarda mai negli occhi Daria quando risponde, sposta ciocche di capelli fra impercettibili spallucce e proclama beata che “e’ una ragazza tranquilla, non ha molto da dire”. Allegate al testo il rumore di un sasso pesante che cade nello stagno, flop. Bene, lei e’ “altrove”, non si scompone. Piu’ che altrove, e’ sopra. Ma quando dichiara che i testi sofferti dei suoi brani si ispirano a quando era una cattiva ragazza, ma che da otto anni e’ diventata “tranquilla”, che e’ roba del passato (la porcellana ha 25 anni, lo ribadisco…) capisco che ci e’, che non ci fa. Calatissima nella parte di donna vissuta. Ahime’, non insultatemi. Ho 37 anni, a 25 ne avevo gia’ vissute tante, e temo che ne vedro’ ancora parecchie. Ma mi ha fatto tenerezza, la ragazza che a 25 anni si sente gia’, e definitivamente, seduta ed arrivata.
Sui gorgeggi, commento a stento. Non sono una cantante, ma anni fa presi lezioni di canto da una professionista. Mi figuravo lei, e le sue esclamazioni : “troppo nasale, controlla la voce! cosa sono questi cambi di tono? sostieni le note!”.
Son vecchia, bacucca, e non ci arrivo. Soprattutto quando, dopo il mio personale Superman, Baricco, e prima del finale dell’effervescente Geppi Cucciari (in forma strepitosa, dovro’ scoprire la sua dieta) viene definita, Lana!, il clou della serata.
Ci deve essere dietro la fatina di Cenerentola.

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L’abito-castello e la malattia del marinario: la primavera di Patrizia Belsito.

Quando ho incontrato per la prima volta, di persona, Patrizia Belsito, ho immediatamente fatto la figura della beona deficiente. Avendo coltivato con lei diversi scambi di parole ed idee, virtuali ma vivaci, profondi e stimolanti, avrei voluto presentarmi, alla prima occasione, in una veste fascinosa, quanto meno intelligente. Niente da fare. Mi si para davanti questa donna bellissima, molto alta (difficile impressionarmi, misuro un metro e settantasette), naturalmente elegante, con questo splendido rossetto rosso fuoco. Mi saluta con calore, ed io, non riconoscendola, penso bene di rompere il ghiaccio indicando il suo bellissimo piumino: “Ah! un Belsito! che bello!”. E penso pure di aver fatto un figurone, riconoscendo subito il capo. Discorriamo del piu’ e del meno. Prendo posto sulla mia sedia, guardo nel vuoto per un minuto, e poi mi batto il palmo della mano sulla fronte. Non era solo il piumino ad essere Patrizia Belsito. Troppo bella per essere vera? Quella ERA Patrizia.

Gia’ la seguivo, ho continuato a farlo con ancora maggior convinzione. Patrizia e’ una vera outsider, un architetto del vestito (designer nel senso piu’ puro, dunque), che riconosce come sua missione quella di creare impalcature di tessuti per questi nostri corpi. Un palazzo, sopra un altro palazzo: “la mia è una moda fatta di costruzione e di architettura, io non presento tantissimi modelli ogni stagione perchè ogni singolo modello è costruito ed “inventato” da me. Ci sono studi lunghissimi su ogni capo, che subisce mille modifiche minimali che lo portano alla perfezione, nella sua semplicità, perfezione non solo estetica (che, dal mio punto di vista, si intende raggiunta quando la sua forma è tale da esaltare il fisico femminile, venendo incontro ai suoi naturali punti deboli), ma soprattutto funzionale: io indosso i miei nuovi modelli decine di volte, a cena come a spasso con i miei cani e  se il vestito mi blocca un po’ i movimenti, corro subito a casa a fare una modifica.”

Di tutto, faccio risuonare in me il gusto di una struttura di tessuti che esalti cio’ che noi donne di solito tendiamo a comprimere, celare, rinnegare: che siano i fianchi, i seni, le gambe. E che li esalta in maniera armonica, non caricaturale. Il risultato e’ un naturale riaffiorare di cio’ che non solo non possiamo negare, ma che anzi dovremmo esibire con gioia ed orgoglio. Ed apprezzo infinitamente la ricerca continua ed indefessa che Patrizia pone nel rendere i suoi abiti portabili e comodi. Mi rendevo conto, in queste giornate di festa, durante le quali ho avuto la meravigliosa grazia di soggiornare con i miei famigliari in un luogo incantevole dell’Isola d’Elba, che quando si tratta di giocare liberamente con i miei bimbi, ho ben pochi capi da mettere. Molte cose carine nel mio armadio. Pratiche…ben poche. Difficile coniugare l’esigenza estetica con il bisogno di potersi, ogni tanto, stropicciare un po’. L’impegno di Patrizia e’ gia’ un premio. E scopro una nuova affinita’ con la designer: entrambe, soffriamo in forma acuta della malattia del marinario. Sulle spiaggie, di fronte al mare, rifioriamo. E patiamo le peggiori pene nel riavvicinarci alle nostre citta’, coltivando il sogno (proibito?) di una vita fra gabbiani, venti ed onde.

Ad abbracciare tutti questi vestiti, pensieri e desideri, le bellissime, ampie giacche, geometriche, morbide, rassicuranti. Ho un debole per loro, non c’e’ da nasconderlo.
Ho gia’ visto la collezione invernale di Patrizia: come immaginavo, la ragazza continua a crescere, a perfezionarsi, a rendere sempre piu’ evidente la sua missione, e la sua impronta struttural-architettonica. Ma per questo, dovrete aspettare un po': altre parole verranno spese.

Da abbinare con: una passeggiata in piazza San Marco a Venezia, le note di “Don’t let me down” dei Beatles, un sogno nel cassetto, ed un sorriso al pensiero dei desideri gia’ realizzati.

Le foto (che mi sono piaciute assai!) sono di Gabrio Tomelleri: grazie!

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Il primo Vintage Market di Catania

Catania mi ha donato tante belle chicche e piacevoli scoperte di cui scrivere, e da continuare a seguire: la riconosco come una citta’ vivissima, e che si sta rendendo un polo importante nel mondo della moda alternativa, dell’artigianato, e dello slow shopping. Abbiamo parlato del meraviglioso negozio Juna (qui), del frizzantissimo mondo di Ibridi (qui), dei bellissimi copricapi di Claire Quiller (qui), del salone di bellezza, di arte e d’intelligenza “Individual Concept Hair” (qui), del laboratorio di deliziosi accessori “DuediquadriAtelier” (qui).
A riconferma di questo fermento, che sta continuando ad alimentare con passione, la citta’ si appresta ad aprire le porte del suo primo “Vintage Market”, che portera’ le atmosfere di Portobello all’interno della “Vecchia Dogana”, da venerdi 6 a domenica 8 Aprile. Second hand, accessori vintage, vinili, libri e vecchie tendenze da rispolverare e riassaporare. Domenica sera, fra una scoperta e l’altra, durante il piacevole rovistare, ed il sentirsi parte di un’appassionata caccia al tesoro, alle 19.30 verra’ proposto un aperitivo a tema: un’immersione totale nel passato. Le bombole verranno caricate di bollicine. Azoto o champagne?

Da abbinare a: una borsa “Flapper’s”, tacchi a rocchetto, calze parigine, ed un vigoroso Fox Trot. Una mappa del tesoro. La salsedine e’ offerta gratuitamente dalla bellissima citta’.

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Zerosette Settezero: moda, ti presento la storia, ed il costume.

Due giovani napoletani, Enzo Pirozzi, costume e fashion designer, ed Irene De Caprio, fotografa, hanno dato vita a questo giovane marchio. Ma non giovane, nell’accezione 2.0 (tutta leggerezza, vacuita’, incoscienza e vita quasi totalmente virtuale). Questa giovinezza e’ data dall’anagrafe, ma si e’ costruita su una pila di conoscenza e di passione che i due hanno da sempre dimostrato e coltivato nei confronti delle arti tutte (dalla pittura, alla letteratura, dalla storia alla fotografia), da cui traggono continua ispirazione, per far incontrare la sapienza di un tempo, la sartorialita’ italiana, la nostra cultura, con nuovi approci e schemi. Questa la ricetta che mi piace di piu’.

La collezione estiva di 0770 e’ cosi sorprendentemente arcaica e moderna: si appoggia su donne che paiono proiettare nel futuro l’amazzone, la principessa rinascimentale, la gheisha, l’artigiana medievale. E che portano addosso la modernita’ dei dettagli, dei tessuti pregiati che, all’improvviso, vengono tagliati di netto a meta’ abito; nel meraviglioso completo, fatto di un gilet-armatura, regalmente alto e rigido (bellissime le piccole ruches sul retro del collo) e della gonna suntuosa. Indossi, e sei regina, hai un nuovo portamento.

Di grande effetto anche le foto, a sottolineare la neutralita’ dei colori e la potenza dei tagli, a suggerire una riflessione su questa stagione primaverile, che per quanto la natura scoppi vivifica, resta assai cupa, ed ad invitare ad uno sguardo sul passato (che ne abbiamo passate tante, nella nostra lunga storia) per meglio camminare nel futuro. Questa la moda che mi piace: bella, pensosa, riflessiva e, sebbene ispirata al passato, decisamente nuova.

Da abbinare con: una ripassata alla storia del costume, la lettura di “Memorie di una Gheisha” di Arthur Golden, un incarnato pallido, ed una bella mela da prendere a morsi.

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Na’at: intelligenza. In lingua Maya.

Questo il nome, e l’augurio, del brand che riunisce il talendo della stilista di abiti da sposa Samanthakhan Thisler e dell’imprenditrice ed organizzatrice di eventi Guya, proprietaria del bellissimo negozio “Isola della Moda”, a Milano. Due mani che si intrecciano, e che hanno voluto arricchire il panorama delle produzioni indipendenti con una linea che inneggia, appunto, alla femminilita’ intelligente, quella che sa mostrarsi suadente, senza rinunciare alla sublime eleganza della semplicita’, ed all’imperativo della comodita’.

Ho incontrato le due donne durante la fiera “Fa’ la cosa giusta”, appena conclusasi con enorme successo a Milano, e ne ho approfittato per toccare le pregiate stoffe con cui hanno costruito questi capi, ancora piu’ belli visti dal vivo. Si dimostrano giustamente soddisfatte del risultato, di questi abiti semplici e strutturati al tempo stesso, con dettagli curatissimi, ed a momenti inaspettati. La manifattura sartoriale e’ il gusto infinito in chi ancora cerca la qualita’, ed il pensiero, anche dietro ad un vestito.


Una linea in cui ogni abito porta il nome di un’Isola del Mediterraneo. Altro omaggio di Guya all’amore per le terre senza confine? Sicuramente, un lasciare che ogni abito possa rappresentare un viaggio per chi lo indossa. O accompagnarci in una traversata. Sole, mare, vento. Ed intelligenza, in lingua Maya. Ed in tutte le lingue.
Na’at viene pensata, elaborata, creata, e raccontata a Milano. Questo il luogo di partenza. Il mio augurio, sull’onda dei nomi dei vestiti, e’ che possano spargersi ai quattro lati del nostro bellissimo Mediterraneo. Ed anche oltre.
Io, al mio fianco, per accompagnarmi in questa primavera ed estate, vorrei senz’altro questa meravigliosa gonna nei colori degli abissi, sia nella versione lunga, che corta. Ed i pantaloni ecru. E la maglia a righe. E…va bene. La smetto. Ma ho una valigia ampia, e sogni infiniti per i miei viaggi estivi.

Da abbinare con: questa meravigliosa cagnolona ritratta, una passeggiata al molo, pensieri freschi e nuovi, progetti da tirar fuori dal cassetto, ed accessori coloratissimi.

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